Homo Viator
Teatro San Babila 2012 Milano

Sbuca forte e improvviso, come nascosto dietro ad una curva, il lavoro di Francesco Zavatta.
Riminese e giovanissimo, classe 1986, presenta il carattere e la forte volontà di appartenere all’arte dalla quale si sente attratto e abbracciato.
E’ stato il romanzo sulla vita di Van Gogh Brama di vivere, di Irving Stone, a fargli intuire, dopo la scelta un po’ casuale del Liceo artistico, la sfida di qualcosa da verificare nella vita, di avere un compito che avesse l’importanza della vita stessa.
Zavatta intuisce la possibilità di poter toccare e raccontare quell’esperienza che ci viene offerta dalla visione delle grandi opere d’arte incontrabili nella storia e che fanno capire che la vita è qualcosa di grande, contiene il “vero”.
Potremmo dire, ma è l’artista stesso a ricordarmelo, che lui si sia messo a verificare la scommessa dell’arte per fare esperienza di questo gusto della vita, di questo vero che si tocca e per il quale vale la pena soffrire, amare, lavorare, senza del quale tutto si spegne e perde consistenza. La prima cosa dunque che colpisce degli inizi del lavoro di Zavatta è questa coscienza e passione per la quale egli cerca nell’arte, nel dipingere, quel vero che sa esserci nella vita.
Un giorno mi sono trovato Zavatta nel mio ufficio al Centro Culturale di Milano e gli ho chiesto di lasciarmi un piccolo primo piano del volto di Cristo dolente. Poi mi sono trovato un’altra opera nella stanza di mia figlia Anna regalatole dalla pittrice Letizia Fornasieri per i suoi 18 anni, una veduta dall’alto, intitolata “Irlanda”, bella. In essa ho incominciato a vedere le caratteristiche di un lavoro.
Ho capito, dopo qualche frequentazione con le sue opere, ma anche dopo averlo ritrovato, all’improvviso, dietro una caletta della riviera dello Zingaro in Sicilia, che Zavatta sta nel solco della pittura ma non ha bisogno di soggetti che creino sorpresa, suspence o colpi di teatro, come certa ripresa di realismo pittorico contemporaneo usa fare, cercando tali soggetti per dissimulare, forse, il senso mai giudicato di una propria percezione di arretratezza artistica rispetto alle metodiche della performance o installazione, tipica per altro di certo iperrealismo corrente e di maniera.
La sua pittura cerca, invece, la visione, o meglio nasce da essa e si accontenta di cose incontrate (per il momento), amate, viste con l’esperienza. L’amata Rimini torna spesso, da vari lati e da varie anse del suo piatto paesaggio fatto di cielo e di terra, di porto e di case. Quando invece Zavatta è altrove, cerca la stessa familiarità dell’uomo nel suo mondo donato, ricevuto e perciò degno di essere raccontato.
Zavatta, ed è la seconda cosa importante, soprattutto vede. Sa vedere il reale, esserne colpito.
Vale ricordare qui un pensiero antico, di Dionigi l’Areopagita: “I concetti creano gli idoli, solo lo stupore conosce”. Siamo in un tempo dove il pensiero si riduce ad essere associazione di idee, ad essere artistico nel suo pensare, nella sua imprevedibilità, ma non nella sua materialità; per colpire, per attrarre, per essere vendibili, occorre essere accomunati dal registro, e la conoscenza quindi è ridotta a nuove forme dello stesso canone.
Spesso ridico ad amici che l’artista è uno che vede le cose più degli altri, e perciò le sa anche fare. E perciò può portarci qualcosa di nuovo, di non visto che significa qualcosa di non conosciuto. Nelle opere di Zavatta troviamo questa novità: un respiro, un’esperienza in rapporto alle cose, anche quelle che sembrano abituali.
Guardando gli spazi di Zavatta ci si accorge di un essere dentro le cose, e che l’opera viene da quel ‘dentro’, capace di rilanciare le sembianze stesse –nel caso di Zavatta paesaggi, riviere, cielo e mare, prati e radure cittadine- in una nuova dimensione di importanza.
Le sue pitture, già numerose, si caratterizzano oggi come istanti densi che tendono all’eterno, anche se la luce della natura ne segna precisamente una certa ora temporale o momento della giornata.
C’è di interessante un certo anelito al bianco e una voglia di andare al nero, al buio del blu profondo… . La luce più che colpire la realtà tende a diventare qualcosa di colorato, i colori dell’esperienza, scelti dal pittore stesso. Alcune opere a volte sono perciò molto colorate, con stesure sovrapposte, somiglianti al reale ma come in simbiosi con ‘altro’; potremmo dire che il colore viene cercato come sigillo di un’esperienza da lui trovata, più che come somiglianza con l’aggiunta (con perizia) di qualche variazione.
Il nuovo che sentiamo provenire dalle sue tele, non è così solo perché è soggettivo (in fondo, che novità sarebbe?), ma perché sembra capace di creare corrispondenza tra diversi e perché contiene il respiro della vastità.
Gli auguriamo, perciò, fedeltà al dono e capacità di ascolto in un cammino oggi arduo, ma che sta cominciando con grande entusiasmo e bravura.
Camillo Fornasieri
RIFLESSI-REFLECTIONS
Ha spesso l’ esigenza insopprimibile di doversi confrontare con grandi, grandissimi lavori. Tre metri per due, due metri e mezzo per due…lo fa perché il suo sguardo sale dal mare fino alla collina riminese come una frenetica ricerca di una preda, e niente lo può frenare. O meglio : solo il riflesso di quel suo sentire l’ aria di libertà rallenta il volo senza fine né meta. Zavatta si appoggia alla certezza del ristagno delle acque per leggere l’ infinita bellezza del riflettersi di un mondo intero. Uno sguardo verso l’ immodificabile rifrangersi delle cose, che imbarazza il convinto e il sicuro. Un inganno riflesso è pur sempre un inganno. Ma un palazzo che si specchia nell’ acqua, pare che perda la sua consistenza, per un attimo. Pare .
Finché potremo avere la libertà di bearci della visione di un opera d’ arte, siamo salvi. Finché potremo avere la certezza della libertà e della fantasia di artisti come Zavatta, potremo sperare che la bellezza salvi davvero il mondo.
Giorgio Barassi
(Catalogo Riflessi/Reflections Palazzo Bortone 2011)
In questi lavori di Francesco Zavatta il riflesso dell’acqua sembra voler fare la parte del leone. In certi dipinti esso occupa la maggior parte della scena e vi svolge un ruolo da indiscusso protagonista. Ciò che viene riflessa è la città, con le ombre un po’ enigmatiche – quasi sfingi riminesi – che il canale, più del mare, riprende, per restituire mai uguali, sempre abbastanza decisamente modificate da quel loro specchiarsi. I colori sono grossi, anche quando si tratta del rosa o del giallo: c’è un gusto della materia, infatti, che non viene meno neppure quando si assiste ad un tono che è, nel tentativo (ma solo in quello) delicato. Il pittore qui è un bambino che gioca con la terra e la mischia al colore. Non sa staccarsi dalla materialità del colore, persino quando ci racconta la sua mania preferita, l’acqua. Il colore è fatto di materia e di terra: la luce c’entra poco, è letteralmente imprigionata dalle figure e, per uscire, deve fare uno sforzo sovrumano. La luce, nella pittura di Zavatta deve guadagnarsi la sua libertà con molto sacrificio.
Così abbiamo opere di impatto deciso e grosso. Ma non c’è niente di spaventante in esse: ritroviamo in questi paesaggi così marcati eppure anche così vaghi, appena accennati, qualcosa che ci assomiglia. Si tratta forse di una pittura non logorroica, che si gioca ogni volta su un numero ristretto e controllato di elementi e non solo per quella sua necessità di dar spazio al riflesso sull’acqua, com’è nella maggioranza dei casi. Pare quasi che il pittore ricerchi un principio di chiarezza, desideri giocarsi nel poco per vedere quanta trasparenza può brillare anche negli elementi più ruvidi. E a ben vedere ci riesce: ripeto, c’è qualcosa che ci somiglia in questa pittura.
Francesco Zavatta è un pittore giovane, va ancora a scuola. Eppure possiede già un percorso, ha imboccato una strada. Il primo particolare di questa strada è che Zavatta rende onore alla sua età e sta facendo la cosa più intelligente che si deve fare quando si hanno i suoi anni: sta imparando. Senza presunzioni, senza capricci, anzi con una concentrazione, una serietà e una domanda davvero preziose (spesso inusuali tra i suoi coetanei, anche artisti, che credono di poter bruciare tappe e ascolti, bruciando invece solo se stessi) si è messo pazientemente in ascolto dei poeti maggiori, li guarda con attenzione, pone alla pittura contemporanea questioni e gratitudini. E’ il modo migliore di lavorare, quello che non ha fretta e permette che ogni tappa sia autentica come le opere di oggi.
Gianfranco Lauretano
(catalogo mostra personale “riminirimini”, Galleria Redline Firenze 2008)

La Maison Art
L’inizio e l’attesa. È tra i pilastri della gioia il senso commosso, ma non sentimentale, del paesaggio, la musica interna alle cose – spazi, edifici, cieli, acque – grondanti oltre il loro limite fisico e visivo il proprio suono e il proprio senso, dove l’anima e l’oggetto, l’ideale e il reale sono inevitabilmente congiunti. Ed è tra i doni della giovinezza l’entusiasmo acceso per il concreto, il gusto per la figura, il confine, il limite in cui l’occhio e il pennello inciampano e iniziano la lotta notturna, come Giacobbe con l’Angelo. Alla misura dell’astensione e dell’equilibrio classici, dimensioni della maturità, il giovane e promettente Francesco Zavatta predilige, difatti, la tensione romantica dell’agone, l’abbraccio mortale che trasgredisce il segno, la leggera violenza perpetrata appena oltre il contorno, ma sottilmente, come durante un esercizio di contemplazione del mondo. E a questi tentativi di oltrepassare la linea – proprio mentre la si guarda affascinati e sedotti e la si difende nel suo valore estetico e intellettuale – si offre l’antico, inaggirabile sacerdozio della pittura, di quel mestiere che gli stolti degli ultimi due secoli hanno detto morto, e che invece è tutto un ribollio, di respiri e fughe, di lampi e di ombre, di pensieri e di idee, di possibilità infinite. I luoghi e gli oggetti scelti da Francesco per cominciare il proprio cimento sono volutamente umili e scontati – ‘scolastici’ li si potrebbe chiamare – eppure nascondono una professionalità consapevole e una concezione poetica già determinata, ben affaticata sulle vie dell’occhio e del cuore, sui tragitti nervosi e muscolari della mano. A questa lenta iniziazione dobbiamo gli impasti sapidi e densi dei suoi oli, la raggiera sonora e ovattata delle architetture ricostituite col pennello, il gusto per un’improvvisa, felice rarefazione, le scelte cromatiche spesso fredde che celano il gorgoglio della vita mutevole, come i gelidi inverni in cui s’intrappola il fuoco segreto di tutte e di nessuna stagione, il fuoco di ogni cominciare che si misura con la pazienza dell’attendere.
Alessandro Giovanardi
(articolo rivista La Maison Art di San Marino, Agosto 2010)
L’evocazione della realtà e della natura attraverso l’invenzione è l’espressione più suggestiva dell’arte e della pittura.
Francesco Zavatta se n’impossessa con decisione e forza, facendo sua questa prerogativa e ponendola come cardine della sua giovane ricerca espressiva.
Inserendosi a pieno titolo nell’arcangeliano filone del Naturalismo Padano, Zavatta tuttavia non rinuncia ad inserirvi elementi appartenenti alla sua modernità ed in particolare, nell’affrontare il tema del paesaggio, quell’architettura industriale che ha rappresentato, e rappresenta, uno dei soggetti prediletti da una cosiddetta “nuova figurazione”.
Ciò che appare immediatamente evidente nella pittura dio Zavatta è l’estrema sensualità con la quale egli tratta e stende la materia pittorica. Richiamandosi a quella tradizione che da De Stael arriva a Morandi, Morlotti, Mattioli e Frangi (solo per citarne alcuni), Zavatta reinventa il “suo” mondo attraverso pennellate rapide e spatolate infallibili, utilizzando una tavolozza cromatica insieme inquieta e seducente. Il risultato sono dipinti d’estrema suggestione e di indubbia bellezza estetica, portatori, comunque, di quell’inquietudine che dalla società arriva all’individuo, che, nel caso di un pittore degno di definirsi tale, la ritrasmette attraverso immagini sempre vive ed evocative, consegnandola al tempo senza confini dell’Arte.
Alberto Agazzani

ZAVATTA : TESTA DURA E CUORE TENERO .
Francesco Zavatta è un romagnolo testardo e molto forte.
Vive la sua condizione di pittore in modo variabile, a volte sembra dimenticare di esserlo a pieno titolo. Perché la parte testarda del suo carattere lo porta a Venezia, a fare lo studente bravo e ligio dell’ Accademia di Belle Arti. Certamente ascolta le lezioni, segue, ripete alla sua parte sentimentale che bisogna essere bravi studenti e poi buoni pittori… ma il sentimento annuisce senza accettare appieno. E allora viene fuori la sua forza, quel volo continuo sui paesaggi della sua Rimini, fatto di colore impastato e di riflessi forzuti .
La sua testardaggine lo rende piacevole. Perché è grazie a quella che può ripetere un operazione artistica, studiarla meglio, lavorarci più volte senza il rischio di insistere disordinatamente. Così nascono quegli esperimenti sulle grandi dimensioni, che raccontano città di mare o paesaggi a metà strada tra la fantasia e uno sguardo dal finestrino di un auto. Rimini, Livorno, Genova, Venezia…il sentimento butta legna sul fuoco. La testardaggine ci mette la tecnica e la curiosità, della quale Checco ( pochi lo chiamano altrimenti) è fornito in quantità positiva e rilevante.
I voli di Zavatta hanno un senso preciso . Sono la sua arma perché si possa finalmente vivere il coinvolgimento di chi guarda, con buona pace di quelli che guardano un quadro con un distacco che sarebbe da usare per altro. Lo stendere il colore con abbondanza, o il ridurlo armonicamente nell’ esilità delle gouaches, è la sua personale visione della realtà raccontabile : un passaggio fortunato tra le pieghe del bello, da sottolineare. Perché la bellezza, in tempi di rare soddisfazioni dell’ anima, va sottolineata, evidenziata, dipinta più che mai con vigore e passione.
Zavatta è tra quelli fermamente certi del regalo che noi tutti riceviamo ogni mattina, al dischiudersi delle palpebre. Lo si vede, lo si capisce. E lui non fa nulla che nasconda il suo stupore per quel regalo semplice che è la vita .
Il suo viaggio nelle terre d’ Irlanda è un volo . Si sente libero, Checco Zavatta da Rimini, di vagare sull’ aria delle scogliere a caccia di un azzurro intenso o di un verde ancora inesplorato. Il sentimento vince e porta il tempo di una musica che la testardaggine suona puntuale, nitida. Stavolta Zavatta sceglie la strada di una definizione nitida, che lascia poco spazio alla ricchezza cromatica delle tele e sale verso un paesaggismo che non sa di ovvio. La testa dura richiama all’ osservazione scrupolosa, ma Zavatta deve guardare bene senza dimenticare di divertirsi : sarebbe come negare la ricchezza della sua tavolozza .
Lascia spazio ai sogni, Checco. Sa che quello è il passaporto per entrare definitivamente nelle grazie di chi è affascinato dall’ artista che permette di sognare e non costringe ad interpretazioni difficili e faticose . In molti lo ringraziano, a distanza di tempo, perché una sua opera è il “presupposto per fuggire”, è la leva dei sogni, lo spartito della fantasia di chi guarda.
Lui non si chiede se valga più la pena di spremere tecnica oppure ostentare fantasia scenica. Che problema è ? … l’ importante è sognare. E sorridere, come Zavatta fa di fronte alle opere che ama di più : “ … Ho fatto una slèppa da due metri e mezzo per tre … “ . E giù a ridere dell’ avventura.
A volte l’ ironia del sapersi forte e sano lo spinge ad esagerare nelle tinte, a contorcere piuttosto che allineare. Ma lo fa solo per affetto enorme verso quello che fa.
Lo fa perché sarebbe una perfetta ingiustizia amare Rimini e le città di mare e raccontarle senza mostrare quell’ amore infinito e viscerale . Lo fa perché sa di dover ancora fare molto e dare molto a chi lo ama già da tempo ed a chi lo amerà.
Lo fa perché giocare coi colori è importante quanto sognare a colori, come faceva e faceva fare un certo Fellini. Anche lui riminese, ovviamente.
Giorgio Barassi
(catalogo mostra personale “LANDSCAPE” presso lo showroom dello stilista Erasmo Figini, Como 2010)
