Aggiornamenti

Carissimi amici e collezionisti,

vi scrivo per alcuni aggiornamenti sulla mia attività.Da poco più di un mese mi sono definitivamente trasferito a Milano, in particolare ho allestito il mio nuovo studio in un paese lì vicino, a San Vittore Olona, in via Vincenzo Monti 19.
Come potete vedere nella gallery, dopo Rimini, l’Irlanda, Genova e Venezia sto lavorando a nuovi soggetti: scorci di strade e palazzi milanesi. Sono in programma due mostre personali, vi terrò aggiornati.
Pubblicato in eventi in programma | Lascia un commento

L’arte di Francesco Zavatta

di Anna Minghetti, L’Ottimista, febbraio 2012

Un talento giovanissimo, classe 1986. Francesco Zavatta ha appena raggiunto il traguardo del quarto di secolo e tuttavia porta con sé non poche esperienze che l’hanno visto esporre in molte città italiane ed europee. Fino al 24 febbraio è stato presente al teatro San Babila di Milano con una mostra personale intitolata Homo viator.

Le parole di un critico ci aiutano a comprendere in maniera efficace il personaggio che ci apprestiamo a conoscere. «Zavatta intuisce la possibilità di poter toccare e raccontare quell’esperienza che ci viene offerta dalla visione delle grandi opere d’arte incontrabili nella storia e che fanno capire che la vita è qualcosa di grande, contiene il “vero”. […] verificare la scommessa dell’arte per fare esperienza di questo gusto della vita, di questo vero che si tocca e per il quale vale la pena soffrire, amare, lavorare, senza del quale tutto si spegne e perde consistenza. La prima cosa dunque che colpisce degli inizi del lavoro di Zavatta è questa coscienza e passione per la quale egli cerca nell’arte, nel dipingere, quel vero che sa esserci nella vita». Sfidando i cliché che  vedono i giovani e gli artisti spesso dominati dallo scetticismo circa il fatto che la vita abbia un significato, non esita ad affermare la convinzione che vi sia una verità al fondo dell’esistenza. E che senza la ricerca di questo vero tutto ciò che rallegra e rattrista la nostra vita perde di spessore. Su questa certezza  si costruisce anche la sua arte.

L’origine riminese del pittore si palesa subito agli occhi di chiunque ponga lo sguardo alle sue tele. Protagonista assoluto il mare. Un mare visto da chi non ha con esso un’ occasionale frequentazione vacanziera, ma vi è cresciuto insieme. Da chi ha imparato a conoscerlo, e ad amarlo, in ogni momento del giorno e dell’anno. Anche quando è scarmigliato, nebbioso e l’allegra solarità estiva sembra tardare ad arrivare. Accanto a questo protagonista assoluto, il colore è l’altro elemento dei dipinti di Zavatta da cui si rimane immediatamente affascinati. Le tonalità vengono trattate in modo del tutto peculiare, come viene colto in maniera assai acuta dal poeta Gianfranco Lauretano: «Il colore è fatto di materia e terra: la luce ha poco a che fare, letteralmente imprigionata dalle figure, e per sfuggire deve compiere uno sforzo sovrumano. La luce nella pittura di Zavatta deve guadagnarsi la libertà con grande sacrificio. Il risultato sono opere di grande e deciso impatto».

A questo giovanissimo pittore, animato da una tale propensione positiva nei confronti della vita, abbiamo posto alcune domande circa il suo lavoro e il rapporto tra i giovani e l’arte.

Oggi ci troviamo in una società dove molto spesso emerge la ricerca dell’utile, nel senso più limitato del termine. Un giovane che deve scegliere quale strada intraprendere viene inevitabilmente condizionato, in modo più o meno cosciente, da questa  concezione della vita. In una situazione del genere, vi è ancora spazio per l’arte e per qualcuno che voglia intraprendere il tuo mestiere?

«Sicuramente il mio lavoro non produce facili guadagni, e ogni volta che faccio i conti per comprare i colori ad olio o per pagare il bollo della macchina, in un certo senso sono costretto a darmi le ragioni della scelta che ho fatto. Penso che uno può decidere di poter fare questo mestiere oggi solo se ha chiaro che in gioco c’è la propria vita, cioè se percepisce che dipingere è un compito che gli è stato dato, misteriosamente. Si tratta di consegnarti tutto alla realtà, a ciò che vedi, per farti colpire e per coglierne la bellezza. Se uno è disposto a questo lavoro arduo su di sé allora può intraprendere questa strada».

Una domanda personale: nel “ritrovarsi” a fare questo lavoro quanto ha inciso una tua propensione innata e quanto c’è stato di consapevole decisione. Quanto ha contato un certo percorso fatto, un determinato maestro, avvenimenti inaspettati e quanto la “vocazione” a fare questo?

«Sicuramente è stato fondamentale nella mia vita seguire degli uomini. Io ho iniziato a dipingere a 16 anni dopo avere letto il romanzo sulla vita di Van Gogh Brama di vivere, di Irving Stone. Sono rimasto affascinato, più che dall’opera pittorica, dalla domanda che attraversava la sua vita e quindi anche nel suo lavoro. Per Van Gogh essere artista significava cercare con tutta l’anima qualcosa nella realtà. Mi sono buttato nel campo dell’arte con l’ipotesi di potere verificare se concretamente nella mia vita la via l’arte poteva essere la mia strada.

Decisi di fare l’Accademia di Belle Arti a Firenze, nella culla del Rinascimento. Prima di iniziare un mio amico pittore, Davide Frisoni, mi aveva dato un metodo da usare per stare di fronte al paesaggio o alla modella: «devi imparare a guardare la realtà. Se nel guardare il paesaggio che avrai di fronte avrai dentro questa tensione allora conoscerai sempre qualcosa di te». Questo può sembrare scontato, ma per me è stato fondamentale. A Firenze poi c’è stato un docente di storia dell’Arte Moderna, Lorenzo Gnocchi, che aveva qualcosa di diverso da tutti gli altri docenti e allora quando potevo mi infiltravo nelle sue lezioni e andavo coi miei disegni ai suoi ricevimenti. In uno di questi ricevimenti mi disse: «Devi partire da quel che c’è! Quello che vedi, il volto di una scultura di Giambologna, ti colpisce la faccia, devi fare quella! Guarda alla figura non fermarti alla forma perché quella ti fa perdere la strada verso il vero».

Poi iniziai la specializzazione a Venezia, sempre all’Accademia di Belle Arti. Dal disegno decisi di immergermi nel colore e la scuola veneta devo dire che mi è servita molto per la mia crescita pittorica e umana. In quel periodo, in un momento di indecisione negli studi, quando volevo abbandonare l’accademia, un mio amico stilista, Erasmo Figini, mi disse: «la tua vita non va a posto quando tutte le cose che fai vanno bene. Se non dai spazio al Mistero nella tua vita, non crescerai mai».

Non so come dire, guardando alla mia vita mi accorgo che certi incontri, certe parole, accadono in momenti particolari e danno una direzione piuttosto che un’altra alla tua vita. La mia vocazione si è fatta strada attraverso incontri molto concreti (e per lo più imprevisti)».

L’arte attrae l’attenzione di pochi appartenenti ad un’elite minoritaria, o la passione per queste forme di espressione coinvolge un largo numero di persone? E quale importanza riveste per i giovani? Quando i giovani si avvicinano all’arte, è presente una componente di ricerca di significato, in una società che tenta con violenza di scansare questo tipo di problematiche?

«Nella mia esperienza ho verificato che l’arte attrae tutti, non solo gli addetti ai lavori, se arriva direttamente al cuore, se parla di qualcosa che c’è nella vita di ogni uomo. Mi è capitato molte volte di vedere persone molto distanti dal mondo artistico, che rimanevano colpite dai miei lavori. I miei coetanei, come tutti, hanno bisogno di persone che li rendano certi che c’è una possibilità buona e bella nelle cose. In loro, come input iniziale, c’è proprio questo desiderio grandissimo di cercare il significato delle cose, di quello che fai; io sono così, ho questo desiderio qui».

Osservando i secoli trascorsi che ci hanno preceduto colpisce che i periodi che vengono ricordati come i più fiorenti da un punto di vista artistico siano anche i momenti  di maggiore crisi della storia dell’umanità. Ad esempio, pensando al Cinquecento a chiunque balza subito in mente il Rinascimento, Raffaello, Michelangelo ecc… D’altra parte, la stessa “Italia” che in quel periodo produceva opere d’arte che tutto il mondo c’invidia era martoriata da continue guerre e saccheggi. Vedi una connessione tra le due cose? E ancora, dato che oggi la parola “crisi” è sempre più protagonista delle nostre giornate potrebbe l’arte essere, addirittura, una risposta alla situazione drammatica in cui ci troviamo?

«La mia speranza in questo tempo di crisi non si fonda sulla mia capacità di dipingere bene e basta. Per me dipingere è dare voce a una bellezza che per prima cosa colpisce me, fa rinascere me, fa ripartire me. Ma è una bellezza che non sono io a creare, e che non dipende da me. E infatti tante volte, se non ho il cuore semplice, non la colgo, oppure la riduco. È una lotta cui a chiamato ciascun uomo, sia in tempo di crisi sia in tempo di successo, sia nel cinquecento sia ora».

Pubblicato in eventi in programma | Lascia un commento

Per dipingere occorre sempre rinascere

«Per dipingere occorre sempre rinascere»
di Nicolò Moscatelli, 17 febbraio 2012

“Homo viator” è il titolo dell’esposizione del giovane pittore Francesco Zavatta, allestita a Milano fino al 24 febbraio. In ogni quadro tra le navi, il porto, il mare della sua Rimini, emerge «quanta bellezza c’è nei luoghi quotidiani»

Ventisei anni e molte esposizioni in tutta Italia, Francesco Zavatta è un giovane e promettente pittore. È nato e vive a Rimini, ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Firenze e di Venezia. In questi giorni espone per la prima volta a Milano in una personale al Teatro San Babila: Homo viator. Quadri densi, che raccontano di un artista che non segue l’arte, ma va alla ricerca di uno stupore continuo.

Quando hai incominciato a dipingere?
Ho iniziato a 16 anni dopo avere letto il romanzo sulla vita di Van Gogh Brama di vivere, di Irving Stone. Sono rimasto affascinato, più che dall’opera pittorica, dalladomanda che attraversava la sua vita e quindi anche nel suo lavoro. Per Van Gogh essere artista significava cercare con tutta l’anima qualcosa nella realtà.

Cosa vuoi dire attraverso i tuoi lavori?
Desidero parlare di me, raccontare del mio rinascere di continuo di fronte alle cose che vedo. La vita di un artista è dura per questo motivo: occorre sempre rinascere. La realtà, quello che vedo, è quello che mi fa rinascere, è ciò che mi fa dire qualcosa al mondo. Per questo se smettessi di guardare non potrei più dipingere.

Quanto è importante nel tuo lavoro l’abilità tecnica?
È fondamentale. Per comunicare agli altri bisogna sapere utilizzare bene gli strumenti che si hanno. Se uno sa usare bene gli strumenti pittorici, ha in mano lo sguardo di chi guarda il quadro. Desidero imparare tanto, sento che devo dipingere tanto, devo impadronirmi ancora tanto dei mezzi. Per questo in questi anni ho scoperto che non stabilisco io i tempi per realizzare un quadro.

In che senso?
Quando è un lavoro finito è qualcosa che riconosco. Da una parte occorre una grande umiltà per compredere che un lavoro non è compiuto, e che quindi occorre ritornarci sopra; questa è una cosa che mi capita spesso. Però ci vuole anche una grande libertà nel riconoscere quando un dipinto è compiuto, e può anche essere che ci metto una giornata o un paio d’ore.

In quale direzione sta andando l’arte oggi?
A me non interessa dove sta andando l’arte oggi ma dove sto andando io! E io attraverso l’arte desidero avvicinarmi alle persone, alle cose e alla realtà, non allontanarmi da esse. Anche perché vedo che le persone hanno bisogno dell’arte, di qualcuno che gli faccia vedere che quello che c’è è bello.

Come mai questo titolo: “Homo Viator”?
Il titolo vuole mettere in primo piano la mia esigenza di concepire la mia vita e il mio operare come un cammino. I lavori presenti in mostra sono legati dal desiderio di farsi colpire dalla realtà del porto riminese. Sono quadri monocromi sul blu, il colore in cui riesco a svelare con più semplicità quello che vedo. C’è un quadro dal titolo Occhio in tempesta, di forma ovale, che ricorda l’occhio dell’artista che vede quello che sta accadendo davanti a sé. Un occhio attento, spalancato, come una finestra aperta sul paesaggio marittimo; un occhio capace di sfidare lo spettatore, chiamandolo a vedere quanta trasparenza e bellezza c’è anche nei luoghi quotidiani in cui uno vive. Desidero vivere in uno stupore continuo.

Pubblicato in eventi in programma | Lascia un commento